Articolo pubblicato su Bivacco sotto la Rocca vecchissimo articolo che mi ha introdotto al CAI

È risaputo che gli arrampicatori sono cocciuti nel loro allenarsi. Delle parole che  si pensano frequentemente quando si sta "tirando" (per "tirando" intendo quando si sta dando il massimo del momento) sono: NON DEVO o DEVO (cosa?), oppure ANCORA UNA (a chi?), comincia ad essere tragico quando si dice STRINGI alla propria mano guardandola (?), mentre si sta tirando su uno svaso da 2 cm, (grande come una falange !). A quel punto si diventa casi da ospedale, ortopedico o psichiatrico che sia.

È inutile accanirsi su un passaggio di una via, che oggi non riesce di passarlo. È inutile voler finire l’allenamento sul pannello perché, sulla tabella di marcia c’è scritto così. Bello ripetere una via o un circuito fino allo sfinimento, ma per prima cosa si ungono i passaggi più duri in maniera schifosa da renderli quasi impraticabili, seconda cosa non c’è nessuno che si lamenti per noi di mattino seguente quando ci si sveglia con le mani gonfie e doloranti.  È motivante “volere arrivare” ma bisogna stare attenti.

È da idioti prendere un programma d’allenamento, allegato al trave appena comprato, o passato dall’amico più forte di noi e mettersi a purgare rispettandolo perfettamente. Molto probabilmente il programma del trave è stato scritto da Francois Legrand, e quello dall’(amico) "Sandro" è stato copiato da qualche libretto magico, il quale a sua volta scritto da Christian Core.

Questi programmi sono indubbiamente utili e studiati, (almeno parzialmente), ma il più scarso di quelli che li hanno scritti si arrampica gli "8a" quindi, è meglio evitare di seguirli fedelmente pensando che siano allo stesso livello dei nostri sogni d’allenamento, perché sono molto più in alto. Ognuno di noi è diverso (e si allena in un modo diverso), per questo non mi sento di consigliare una regola per il dimensionamento (a "mo" di libretto magico) se no di adattare l’allenamento alle nostre capacità, diminuendo gli sforzi e allungando i recuperi. Se al primo "giro", la "tortura" è troppa faticosa, bisogna riadattarla ulteriormente, altrimenti logora e non allena.

In oltre, se si ha la sfortuna di fare un lavoro pesante, due allenamenti infrasettimanali più un’uscita nel fine settimana sono più che sufficienti. Il motivo, è che siamo già otto ore al giorno a spostare sacchi di cemento o travi di ferro, se in più ci si mette ad arrampicare più del "dovuto" la tendinite è in agguato. Quando si ha un dito dolorante è rischioso compensare troppo con le altre dita, o addirittura con l’altra mano, in quanto l’infiammazione di un (1) dito potrebbe insorgere anche negli altri, in più se si evita di usare molto la mano dolorante si finisce col fare i passaggi di quella mano volanti e stazionare un po’ di più su quella buona finendo per affaticare anche quella.

Purtroppo capita e quando si vuole arrampicare ma il dolore ce lo impedisce si perde di morale. A questo punto è meno rischioso stoppare tutto per un bel periodo cercando di non perdere la motivazione.

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